Se una rassegna musicale raggiunge il quarto di secolo vuol dire che qualcuno ha lavorato bene, soprattutto che il pubblico ha gradito. Il Premio Lunezia entra nel gotha delle manifestazioni che possono godere di un alto lignaggio, guadagnato sul palco. Nella seconda metà degli anni Novanta del secolo scorso non era semplice partire di botto con testimonial del calibro di Vasco Rossi, Fabrizio De Andrè, Fernanda Pivano, nomi non certo alla portata di tutti. Si usciva dalla world music e dal grunge, i due generi di maggior seguito di quella stagione, e si sentiva l’esigenza di cacciar fuori le parole, di riconoscere una maggior dignità alle canzoni, o almeno a quelle che a tanto aspiravano, una certa “musical-letterarietà”. Neologismo (un altro! si disse), forse non semplice da pronunciare ma subito adottato. Del resto le idee e gli slogan venuti fuori da certi ambienti alternativi (ancora si diceva così) si sono rivelate importanti anche per la crescita stilistica, nel bene e nel male.

Oggi, in un mondo dominato dall’ascolto in streaming, in cui la musica è un insieme di suoni che viene fuori dal computer o dal telefono, affermare la centralità del palco è sempre più difficile. E lo sarà ancor di più dopo quello che si è abbattuto sulla nostra vita. Il Premio Lunezia – all’interno del fragile equilibrio tra le esigenze commerciali e quelle artistiche – puo’ vantare una invidiabile capacità di far germogliare idee e talenti. Dobbiamo difendere il palco. Non dimenticare mai la differenza tra desiderio e bisogno. Per proteggere noi stessi e gli altri dalla pandemia, la maggior parte di noi ha passato più tempo del solito a casa, in una specie di riposo forzato. Per qualcuno è stato un problema. E se gli artisti che amiamo e ci convincono, dopo tutto questo tempo passato ad oziare e a controllare le loro nevrosi, fossero alla vigilia di una rinascita autoriale? Forse riusciremmo a goderceli ancora. Spero su un palco. Il palco è come un cucchiaio. Un’invenzione definitiva.

d.s.

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